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sabato 1 ottobre 2011

È la più antica iscrizione cristiana del mondo. Ed è valentiniana con elementi pagani

La più antica iscrizione cristiana è datata alla metà del II secolo e fu composta in onore di un defunto cristiano, seguace del teologo Valentino, con uno stile reminiscente della poesia funeraria ellenistica.

L'iscrizione, NCE 156, fu scoperta a Tor Fiscale nel 1953, ed è ora ai Musei Capitolini. Composta in lingua greca, la sua traduzione è la seguente:
Al mio bagno, i fratelli della camera nuziale portano le torce,
[qui] nelle nostre sale, anelano ai [veri] banchetti,
anche mentre lodano il Padre e glorificano il Figlio.
Lì [col Padre e il Figlio] è l'unica fonte e sorgente di verità.
Secondo Gregory Snyder, si tratta di un epigramma funerario per un cristiano valentiniano, piuttosto che un'iscrizione battesimale, e risale al II secolo. Si tratterebbe dunque della più antica iscrizione cristiana, più antica del Cippo di Abercio.

La datazione al II secolo fu in realtà proposta già dalla rinomata epigrafista Margherita Guarducci, sulla base dell'uso nell'iscrizione di lettere greche di stile classico; a Roma, infatti, a partire dal III secolo, l'alfabeto greco iniziò a mutare, con le omega ('Ω') incise come fossero 'W' e le sigma ('Σ') somiglianti alla lettera 'C'. Il contributo di Snyder è stato quello di confermare la datazione all'epoca antoniniana dell'iscrizione attraverso un'analisi dell'uso delle lettere greche classiche nelle iscrizioni romane e napoletane dei primi secoli.

Il contenuto dell'iscrizione suggerisce che il defunto fosse un seguace del pensatore cristiano di scuola gnostica Valentino, il quale operò a Roma per circa un ventennio alla metà del II secolo; il fatto che l'iscrizione sia stata trovata non lontana dalla Via Latina suggerisce che la comunità valentiniana di Roma vivesse in quell'area.

Gli insegnamenti di Valentino sono contenuti, secondo molti studiosi, nel Vangelo secondo Filippo. Si tratta di un testo del III secolo ritrovato a Nag Hammadi, che raccoglie diversi testi, alcuni risalenti al II secolo, che trattano cripticamente degli insegnamenti di Valentino e della sua scuola. Alla fine del vangelo, ad esempio, si cita la «camera nuziale», cui fa riferimento l'iscrizione:
I misteri della verità sono rivelati, attraverso tipo e immagine. La camera nuziale, invece, resta nascosta. Essa è il Santo nel Santo. Il velo nascose inizialmente il modo in cui Dio controllò la creazione, ma quando il velo sarà rotto e le cose all'interno rivelate, questa casa sarà lasciata nella desolazione, o piuttosto sarà distrutta. E l'intera divinità (inferiore) fuggirà da qui, ma non nei santi dei santi, poiché non sarà in grado di mescolarsi con la luce non mescolata e la pienezza senza macchia, ma sarà sotto le ali della croce e sotto le sue braccia...
Il secondo contributo dell'articolo di Snyder è stato quello di collegare questo epigramma funebre cristiano con la letteratura pagana ellenistica. In un'iscrizione funebre ellenistica, infatti, il matrimonio poteva essere una metafora della morte: la defunta, per esempio, era raffigurata come rapita alla vita e obbligata al matrimonio con Ade, il dio dell'oltretomba. Nel caso dell'iscrizione cristiana, invece, la celebrazione nuziale è una metafora positiva della vita dopo la morte, la promessa di un'unione con la divinità che completa la vita del defunto.

Snyder sottolinea anche che la commistione di elementi cristiani e pagani non è affatto rara, nei primi secoli: al fianco delle iconografie bibliche, come Sansone o Lazzaro, vi sono divinità pagane come Ercole. In altre parole, è come se nei primi secoli, l'identità cristiana non fosse pienamente separata da quella pagana, ma che vi fosse una fusione di immagini; Snyder si chiede se questa fusione iconografica corrispondesse ad una fusione religiosa.

Owen Jarus, «World's earliest surviving Christian inscription identified», CBS News, 30 settembre 2011.

domenica 26 giugno 2011

Il gladiatore che morì per un errore arbitrale

«Il fato e lo scaltro tradimento dell'arbitro mi uccisero»

Questo enigmatico epitaffio si trova sulla lapide funebre di Diodoro, un gladiatore romano del II secolo, che raffigura la scena centrale che portò alla morte di Diodoro: il defunto è raffigurato in piedi, a sinistra, mentre brandisce due corte spade; a destra, per terra, è il suo avversario Demetrio, che leva il braccio chiedendo di essere risparmiato.

La lapide, conservata al Reale Museo di Arte e Storia a Brussels
Gli indizi

La lapide fu trovata ad Amisus in Asia Minore (la moderna Samsun in Turchia) all'inizio del XX secolo, e donata al Musee du Cinquanternaire di Brussels subito prima della Grande Guerra. Fu eretta in onore di Diodoro, un gladiatore proveniente da Amisus, dai suoi amici o tifosi.

Oltre alla raffigurazione del gladiatore con le due spade e di quello a terra che chiede pietà, la lapide reca un'iscrizione in greco, in cui è cripticamente raccontato lo scontro:
Dopo aver sconfitto il mio avversario Demetrio non lo uccisi immediatamente. Il fato e lo scaltro tradimento del summa rudis mi uccisero.
Per comprendere l'epitaffio, Michael Carter, professore alla Brock University a St. Catharines, Canada, ha dovuto prendere in considerazione diversi elementi.

Innanzitutto il riferimento al summa rudis, una sorta di arbitro del combattimento, che poteva aver avuto esperienze precedenti nell'arena. Non era presente in tutti i combattimenti, ma l'esistenza di questa figura conferma che i combattimenti gladiatorii erano soggetti ad alcune regole, la cosiddetta lex pugnandi, che però sono praticamente sconosciute.

Ad esempio, un gladiatore atterrato dall'avversario aveva perso lo scontro; poteva chiedere la missio, la grazia, al summa rudis, che poi la riportava al munerarius, colui che finanziava i giochi, il quale tipicamente la concedeva o la negava in base all'umore del pubblico. Se invece l'atterramento fosse stato fortuito e non causato dal gladiatore avversario, il summa rudis poteva intervenire per permettere al gladiatore atterrato di rialzarsi e riprendere a combattere.

La ricostruzione

Secondo Carter, che è specializzato nello studio dei giochi gladiatorii, è probabile che durante lo scontro Diodoro avesse atterrato Demetrio e lo avesse disarmato; vedendo Demetrio chiedere la grazia, sarebbe arretrato, convinto di essere nominato vincitore dello scontro. Ed è questa la scena raffigurata sulla lapide e a cui fa riferimento la prima parte dell'epitaffio: «Dopo aver sconfitto il mio avversario Demetrio non lo uccisi immediatamente».

Ciò che accadde fu probabilmente l'intervento del summa rudis a ribaltare l'esito dello scontro, forse perché considerò fortuita la caduta di Demetrio, o per qualche altro motivo. Diodoro si trovò di nuovo a dover combattere contro il suo avversario, e questa volta ebbe la peggio, morendo sull'arena o successivamente a seguito delle ferite riportate.

I suoi amici e sostenitori, tra le migliaia verosimilmente assiepati sugli spalti, eressero questo epitaffio a ricordo dell'errore arbitrale che costò la vita al loro campione.

Owen Jarus, «Roman Gladiator's Gravestone Describes Fatal Foul», LiveScience, 17 giugno 2011; Antonio Lombatti, «Roman gladiator’s gravestone reveals fatal foul», 26 giugno 2011. L'articolo di Michael Carter «Blown Call? Diodorus and the Treacherous Summa Rudis» sarà pubblicato su Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik.