martedì 30 ottobre 2012

Ritrovata moneta dell'imperatore romano Mario

Una rarissima moneta dell'imperatore romano Marco Aurelio Mario è stata ritrovata all'interno della collezione donata dagli eredi di James Stevens Cox al Community Heritage Access Centre (CHAC) di Yeovil, Somerset. La rarità di questa moneta è comprensibile se si prende in considerazione che, secondo le fonti letterarie, Mario regnò per appena due giorni.

La moneta, un radiato, fu coniata nel 269, e mostra al rovescio la personificazione di Felicitas che regge un caduceo e una cornucopia e la legenda SAEC FELICITAS; al dritto c'è il busto di Mario, con corona radiata, corazza e drappo, e la legenda IMP C MARIUS P F AVG.

Il regno di Mario è compreso in quel periodo di grande instabilità dell'Impero romano che prende il nome di "crisi del III secolo", durante il quale l'esistenza stessa dell'impero fu messa in dubbio: la porzione orientale dell'impero, infatti, subì l'attrazione del Regno di Palmira, che per breve tempo sottrasse al controllo di Roma le province asiatiche e l'Egitto; contemporaneamente, ad occidente una gran parte del territorio romano si rese indipendente sotto il governo del vittorioso e indomabile imperatore Postumo, formando quello che gli storici moderni chiamano Impero delle Gallie.

Postumo fu ucciso per mano dei suoi stessi soldati: li guidò infatti contro Leliano, un suo generale che gli si era ribellato contro e che si era rinchiuso nella città romana di Mogontiacum (Magonza); dopo la sconfitta e morte di Leliano, però, Postumo impedì ai propri soldati di saccheggiare la città, e i soldati, infuriati, lo assassinarono.

Immediatamente dopo la morte di Postumo, i soldati acclamarono imperatore Mario, forse perché il suo nome - Marco Aurelio Mario - era di buon auspicio, richiamando quello del grande Marco Aurelio. Secondo le fonti letterarie, dopo due giorni di regno fu assassinato, forse per una questione privata, e gli succedette il generale Vittorino. Gli storici moderni, però, hanno esaminato le monete coniate nel nome di Mario dalle zecche di Treviri e Colonia, e ritengono che rimase al potere per più tempo, sebbene non oltre le 12 settimane.



"Rare Roman coin unearthed in Somerset", itv, 30 ottobre 2012; "Rare Roman coin amongst Somerset collection", 30 ottobre 2012; Michel Polfer, "Marius (A.D. 269)", De Imperatoribus Romanis, 24 giugno 1999. Le immagini sono: moneta ritrovata, Community Heritage Access Centre; "Impero romano 260", Panairjdde; "Antoninianus Marcus Aurelius Marius-s3155.3".

martedì 11 settembre 2012

Nuovi dettagli sullo svolgimento della battaglia di Kalefeld (235 circa)

Dolabra ritrovata sul campo di battaglia
Ho già parlato in passato della scoperta di un campo di battaglia in territorio tedesco: nei pressi di Kalefeld, intorno al 235, un esercito romano guidato probabilmente dall'imperatore Massimino il trace e comprendente la Legio IIII Flavia Felix, sconfisse un contingente di Germani.

Ulteriori studi archeologici hanno dimostrato che lo scontro fu iniziato dall'attacco dei Germani, e che la reazione del numeroso esercito romano - si stimano circa 20.000 soldati, tanti quanti quelli presenti nella battaglia di Teutoburgo - fu causa di una pesantissima sconfitta da parte dei Germani.

Il sanguinoso massacro di 1800 anni fa fu preceduto da un attacco dei Germani al convoglio romano, con la cattura di diversi carri da trasporto. Quando i Romani reagirono, i Germani si trincerarono col loro bottino sul crinale di Harzhorn; il ritrovamento di nuove tracce ha dimostrato che Romani attaccarono il crinale da più direzioni. I Germani si ritrovarono sotto un tiro intensissimo; i recenti scavi archeologici hanno ritrovato un elevato numero di punte di frecce, giavellotti e proiettili di catapulta

"Römer-Schlacht in Niedersachsen - Angriff von mehreren Seiten", Sueddeutsche.de, 7 settembre 2012. Gli scavi archeologici di Harzhorn hanno un sito: Römerschlacht am Harzhorn, http://www.roemerschlachtamharzhorn.de/

martedì 4 settembre 2012

Due statue acefale ritrovate ad Afrodisia

Afrodisia era un'antica città dell'Asia Minore, fiorente in epoca greo-romana. Oggi è un importantissimo sito archeologico della Turchia, che restituisce frequentemente importanti ritrovamenti.

Recentemente sono venute alla luce due statue acefale di epoca romana. La prima è alta 1,76 m, regge un rotolo nella mano sinistra e appoggia la destra sul fianco; dietro al piede sinistro ha alcuni documenti. La seconda statua è alta 1,68 m, ed ha entrambe le braccia mancanti; vicino la mano destra vi è un blocco di documenti.


domenica 2 settembre 2012

Resti di un antico esercito sacrificato ritrovati in una torbiera danese

Nel sito archeologico danese di Illerup Ådal, posto all'interno di una torbiera, gli archeologi guidati dal professor Mads Kähler Holst hanno ritrovato i resti di centinaia di guerrieri, uccisi in una battaglia avvenuta circa due millenni fa e sepolti in quello che all'epoca era un lago, un braccio dell'attuale lago di Mossø.

Le indagini avevano avuto origine dal ritrovamento di alcuni resti umani nella zona, ma gli archeologi sono stati sorpresi dall'elevato numero di resti riportato alla luce, sparsi su di una vasta area. L'analisi effettuata su meno di un centinaio di metri quadrati ha riportato alla luce frammenti di ossa riconducibili a circa 240 uomini tra i 13 e i 45 anni, ossa sulle quali sono presenti i segni di traumi da armi come spade e asce. Gli archeologi ritengono che l'intera torbiera, che si estende per 40 acri, contenga i resti di circa 1000 guerrieri.

Gli scheletri trovati non sono completi; alcune ossa mostrano inoltre chiari segni dell'azione di animali, che si cibarono dei resti dei cadaveri. Gli archeologi ritengono per questo motivo che i resti di un esercito sconfitto siano stati lasciati a marcire sul campo di battaglia per diverso tempo, e poi raccolti senza particolare cura e gettati nel lago. L'assenza di ossigeno ha permesso poi la conservazione quasi perfetta dei resti, tanto che alcune ossa conservano ancora il DNA; l'analisi antropologica dovrebbe permettere agli studiosi di ricostruire la dieta e l'aspetto dei guerrieri uccisi.

Il ritrovamento dei resti dell'esercito sconfitto conferma quanto riferito dallo storico romano Publio Cornelio Tacito (55-120) riguardo alle pratiche di guerra dei Teutoni. Narrando della visita di Germanico al luogo della battaglia di Teutoburgo (anno 9), dove i Romani erano stati sconfitti da Arminio, Tacito riporta che i Germani non seppellivano i resti dei nemici caduti, ma li lasciavano a marcire sul campo di battaglia (Annali, I.61):
In mezzo alla pianura biancheggiavano le ossa, sparse o ammucchiate, a seconda della fuga o della resistenza opposta. Accanto, frammenti di armi e carcasse di cavalli e teschi confitti sui tronchi degli alberi. Nei boschi vicini, are barbariche, sulle quali avevano sacrificato i tribuni e i centurioni di grado più elevato.
Il numero ridotto di armi ritrovate insieme ai resti rende difficile l'identificazione dell'esercito sepolto: solo poche punte di freccia, i resti di uno scudo e una rara ascia completa di manico sono emersi dalla torbiera. Ciò nonostante, gli archeologi non escludono che la battaglia in cui trovarono la morte i guerrieri sia stata combattuta lontano dal lago, e che i resti siano stati portati qui solo successivamente: durante l'età del Ferro il lago era infatti un luogo sacro, in cui erano gettate le armi dei nemici sconfitti - circa 15.000 oggetti, in gran parte armi, vi sono stati ritrovati, sebbene soli pochissimi pertinenti all'esercito sconfitto.

Mads Kähler Holst, "Macabre finds in the bog at Alken Enge", EurekAlert!, 14 agosto 2012; Irene Berg Sørensen, "An entire army sacrificed in a bog", ScienceNordic, 22 agosto 2012 <http://sciencenordic.com/entire-army-sacrificed-bog>.

martedì 19 giugno 2012

Una traduzione preliminare del vangelo P. Oxy. 5072

Verso del frammento
Un anno fa fu annunciato il ritrovamento di un vangelo sconosciuto, detto P. Oxy. 5072. Si tratta di un frammento di papiro contenente brani di una narrazione evangelica non corrispondente ad alcun vangelo noto.

Ora Rick Brannan ha pubblicato una traduzione preliminare del testo, a partire dalle fotografie del frammento: «A Provisional Transcription and Translation of P.Oxy 5072».

lunedì 18 giugno 2012

Leon, ritrovati pezzi di loriche segmentate di legionari della VII Victrix

Frammenti di lorica segmentata ritrovati a León.
Durante alcuni lavori nei pressi di Puerta Castillo a León - città spagnola sede tra il I e il III secolo della Legio VII Gemina, da cui prese poi il nome - sono stati ritrovati resti di alcuni esemplari di lorica segmentata, le armature caratteristiche del legionario romano alto-imperiale.

Le loriche furono abbandonate o riposte in un angolo di una struttura, probabilmente un magazzino, in seguito crollato.
Questa circostanza fortuita ha permesso alle loriche di rimanere sepolte e conservarsi fino al giorno d'oggi.

Moderna ricostruzione
di lorica segmentata.
Il ritrovamento è importante per diverse ragioni. Innanzitutto conferma la localizzazione dell'accampamento militare della legione nell'area. Le armature sono quelle tipiche del legionario romano, usate dalle legioni e talvolta dalla guardia pretoriana, mentre i reparti ausiliari usavano la lorica hamata, la cotta di maglia, o la lorica squamata, una corazza a placche. Inoltre, un ritrovamento di così tante corazze, circa una ventina, è assolutamente senza precedenti, e permetterà di comprendere meglio la loro struttura.

Quando fu introdotta, la lorica segmentata fu una rivoluzione nell'armamento difensivo romano: di facile uso, comoda da indossare e pratica da trasportare, dato che era separabile in quattro parti. Era però anche molto costosa, e cadde quindi in disuso durante il III secolo.

Matthias Kabel, «Lorica segmentata from back», Wikimedia Commons, 17 giugno 2005, CC by-sa 3.0. Dorothy King, «Lorica from Leon, Spain», Dorothy King's PhDiva, 17 giugno 2012.

sabato 14 gennaio 2012

La Legio IIII combatté nella battaglia di Kalefeld (aggiornamento)

La conferenza stampa organizzata dagli archeologi della Bassa Sassonia ha reso pubbliche le immagini della dolabra (ascia da scavo) romana ritrovata sul sito della battaglia di Kalefeld, come segnalato nel precedente articolo.

La dolabra

La dolabra reca, come anticipato, l'iscrizione LEG IIII relativa alla Legio IIII Flavia Felix:
L'iscrizione «LEG IIII» sulla dolabra
La legione era all'epoca stanziata a Sigidunum, la moderna Belgrado. Si trattò dunque di uno scontro che rientrò in una campagna militare organizzata, non di un evento fortuito.

Il ritrovamento di alcune monete dell'imperatore Alessandro Severo (222-235) sul campo di battaglia aveva fatto datare lo scontro, di cui non vi sono tracce nella letteratura antica, a circa il 235. Ulteriori conferme della datazione sono il riferimento ad una campagna germanica del suo successore, l'imperatore Massimino Trace (che governò tra il 235 e il 238), alla tradizione che vuole Massimino comandante di una Legio IV («IIII» è la forma del numerale «IV» diffusa nel tardo impero), e a una lapide coeva di Aurelio Vitale, un legionario della Legio IIII Flavia Felix, ritrovata a Spira, in cui si narra che cadde durante una expeditione Germaniae («spedizione in Germania»; CIL XIII 6104).

La battaglia

Nella conferenza stampa è stato anche rivelato che l'esercito romano stava tornando indietro lungo una strada ancor oggi nota, proveniente da settentrione, e fu attaccato in un restringimento del percorso da un esercito di Germani, con una tattica molto simile a quella che aveva portato alla sconfitta dei Romani nella battaglia di Teutoburgo due secoli prima.

Questa volta, però, l'imboscata non ebbe successo. L'esercito romano si divise in due parti. La prima attaccò frontalmente il nemico disponendosi in una lunga linea in corrispondenza dell'altura. Una seconda colonna aggirò il rilievo e piombò da dietro sul nemico, che fu sconfitto da questo attacco a pinza. I ritrovamenti archeologici dimostrano che alcune truppe romane erano rivolte verso sud, altre verso ovest.

Quello che è certo, è che questa scoperta dimostra come per secoli dopo la sconfitta a Teutoburgo i Romani continuarono a controllare e ad intervenire nella Germania Magna,  il territorio germanico al di là del confine fortificato. Questo è dimostrato dal fatto che la cartografia del geografo romano Claudio Tolomeo (100-175 circa) riportava con precisione la posizione e il nome degli insediamenti germanici fino alla Vistola, insediamenti di cui non vi è altra traccia nelle fonti.

Dankwart Guratzsch, «Geschichte Großgermaniens vor der Neuinterpretation», Welt Online, 11 gennaio 2012; «Roms vergessene Schlacht», Kreiszeitung, 12 gennaio 2012; Adrian Murdoch, «Battlefield archaeology at Kalefeld», Bread and Circuses, 12 gennaio 2010.

venerdì 6 gennaio 2012

La Legio IIII combatté nella battaglia di Kalefeld

Gli archeologi tedeschi che studiano il campo di battaglia di Kalefeld (Germania), teatro di un altrimenti sconosciuto scontro tra Romani e Germani intorno al 235, hanno ritrovato una dolabra (ascia) recante inciso LEGIO IIII; è dunque attestata la presenza nello scontro della quarta legione romana.

L'iscrizione, incisa appunto su di una dolabra, è in pessime condizioni, e ha permesso solo di identificare il riferimento ad una quarta legione (il numerale "IIII" invece di "IV" fu molto diffuso in epoca tardo-imperiale). All'epoca della battaglia, intorno al 235, esistevano diverse Legio IIII: secondo il professore Adrian Murdoch, la legione di Kalefeld è da identificare con la Legio IIII Flavia Felix, la cui presenza in Germania in quel periodo è attestata da un'iscrizione (CIL XIII 6104), piuttosto che con la Legio IIII Italica.

L'importanza della battaglia di Kalefeld, di cui non c'è traccia nelle fonti storiche, è che confuterebbe l'idea che i Romani non attaccarono mai la Germania oltrerenana dopo l'abbandono della Germania Magna.

Adrian Murdoch, "Legion IIII present at battlefield at Kalefeld", Bread and Circuses, 6 gennaio 2012; "Roms vierte Legion führte Krieg in Germanien", Die Welt.

lunedì 24 ottobre 2011

Scoperto un forte romano in Germania

Archeologi tedeschi hanno scoperto un nuovo accampamento romano sul fiume Lippe, nei pressi della cittadina di Olfen, circa 30 km a nord di Dortmund.

Il nuovo ritrovamento colma una lacuna nella sequenza di forti romani lungo questo fiume, che costituiva una sorta di frontiera dell'impero; gli archeologi cercavano da tempo l'esatta collocazione di questo campo da un centinaio di anni. Gli altri campi scoperti erano a Holsterhausen, Haltern, Oberaden e Anreppen

Adrian Murdoch, «Roman military camp at Olfen on the Lippe», Bread and Circuses, 23 ottobre 2011; «Römerlager im Kreis Coesfeld entdeckt», Die Glocke, 24 ottobre 2011; «"Jahrhundertfund": Forscher entdecken Römerlager an der Lippe», Neue Westfälische, 22 ottobre 2011.

giovedì 6 ottobre 2011

Roma, scoperte le stalle delle fazioni del Circo Massimo

Vista dello scavo
Durante i lavori per un parcheggio a via Giulia, a Roma, sono stati ritrovati dei resti che gli archeologi hanno ricondotto agli stabula delle fazioni del Circo Massimo. In queste strutture, risalenti dall'epoca di Augusto, erano ricoverati i cavalli delle quattro fazioni del Circo: Albata (bianchi), Russata (rossi), Veneta (azzurri) e Prasina (verdi).

Durante gli scavi sono stati ritrovati due complessi. Il primo, identificato con gli stabula, è di notevoli dimensioni ed è composto da «imponenti sostruzioni con archi di travertino tamponati in opera reticolata»; una serie di muri paralleli, suddividevano l'interno in ambienti in cui trovavano ricovero gli animali disposti in file parallele.

Più vicino al Tevere, nei pressi di largo Perosi, è stata scoperta una strada lastricata con accesso su di un impianto termale (balneum), i cui ambienti erano decorati con mosaici pavimentali in bianco e nero.

La zona dello scavo
Nella loro forma originaria gli stabula di via Giulia risalgono all'età augustea, e sono stati messi in relazione con l'attività edilizia di Marco Vipsanio Agrippa; generale e genero di Augusto, ad Agrippa l'imperatore affidò anche l'organizzazione dei ludi saeculares, celebrati nel 17 a.C., durante i quali furono organizzate delle corse di carri. Successivamente gli stabula furono sottoposti a modifiche e riadattamenti, e restarono in uso almeno fino al IV secolo.

L'importanza del ritrovamento è molteplice. Da una parte contribuisce alla ricostruzione della topografia di Roma antica; dall'altra costituisce il primo esempio di stabula di grandi dimensioni, al di là di quelli pertinenti ai campi militari o all'iconografia; infine, l'enorme numero di epigrafi dedicate agli aurighi vincitori e ai loro cavalli potrebbe gettare luce sull'organizzazione delle fazioni circensi e sul loro potere.

«Diario dello scavo archeologico - Settembre 2011», Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma. Laura Serloni, «Stop al parking, sotto via Giulia le scuderie di Augusto», laRepubblica, edizione di Roma, p. ix; citato in Martin G. Conde, «LA SCOPERTA Stop alla costruzione del parcheggio sotto via Giulia le scuderie di Augusto. Durante gli scavi torna alla luce lo “stabulum”. Gli archeologi: la area va protetta. La Repubblica (05/10/2011), p. 9.», Rome – The Imperial Fora (1995-2011), 5 ottobre 2011.

sabato 1 ottobre 2011

È la più antica iscrizione cristiana del mondo. Ed è valentiniana con elementi pagani

La più antica iscrizione cristiana è datata alla metà del II secolo e fu composta in onore di un defunto cristiano, seguace del teologo Valentino, con uno stile reminiscente della poesia funeraria ellenistica.

L'iscrizione, NCE 156, fu scoperta a Tor Fiscale nel 1953, ed è ora ai Musei Capitolini. Composta in lingua greca, la sua traduzione è la seguente:
Al mio bagno, i fratelli della camera nuziale portano le torce,
[qui] nelle nostre sale, anelano ai [veri] banchetti,
anche mentre lodano il Padre e glorificano il Figlio.
Lì [col Padre e il Figlio] è l'unica fonte e sorgente di verità.
Secondo Gregory Snyder, si tratta di un epigramma funerario per un cristiano valentiniano, piuttosto che un'iscrizione battesimale, e risale al II secolo. Si tratterebbe dunque della più antica iscrizione cristiana, più antica del Cippo di Abercio.

La datazione al II secolo fu in realtà proposta già dalla rinomata epigrafista Margherita Guarducci, sulla base dell'uso nell'iscrizione di lettere greche di stile classico; a Roma, infatti, a partire dal III secolo, l'alfabeto greco iniziò a mutare, con le omega ('Ω') incise come fossero 'W' e le sigma ('Σ') somiglianti alla lettera 'C'. Il contributo di Snyder è stato quello di confermare la datazione all'epoca antoniniana dell'iscrizione attraverso un'analisi dell'uso delle lettere greche classiche nelle iscrizioni romane e napoletane dei primi secoli.

Il contenuto dell'iscrizione suggerisce che il defunto fosse un seguace del pensatore cristiano di scuola gnostica Valentino, il quale operò a Roma per circa un ventennio alla metà del II secolo; il fatto che l'iscrizione sia stata trovata non lontana dalla Via Latina suggerisce che la comunità valentiniana di Roma vivesse in quell'area.

Gli insegnamenti di Valentino sono contenuti, secondo molti studiosi, nel Vangelo secondo Filippo. Si tratta di un testo del III secolo ritrovato a Nag Hammadi, che raccoglie diversi testi, alcuni risalenti al II secolo, che trattano cripticamente degli insegnamenti di Valentino e della sua scuola. Alla fine del vangelo, ad esempio, si cita la «camera nuziale», cui fa riferimento l'iscrizione:
I misteri della verità sono rivelati, attraverso tipo e immagine. La camera nuziale, invece, resta nascosta. Essa è il Santo nel Santo. Il velo nascose inizialmente il modo in cui Dio controllò la creazione, ma quando il velo sarà rotto e le cose all'interno rivelate, questa casa sarà lasciata nella desolazione, o piuttosto sarà distrutta. E l'intera divinità (inferiore) fuggirà da qui, ma non nei santi dei santi, poiché non sarà in grado di mescolarsi con la luce non mescolata e la pienezza senza macchia, ma sarà sotto le ali della croce e sotto le sue braccia...
Il secondo contributo dell'articolo di Snyder è stato quello di collegare questo epigramma funebre cristiano con la letteratura pagana ellenistica. In un'iscrizione funebre ellenistica, infatti, il matrimonio poteva essere una metafora della morte: la defunta, per esempio, era raffigurata come rapita alla vita e obbligata al matrimonio con Ade, il dio dell'oltretomba. Nel caso dell'iscrizione cristiana, invece, la celebrazione nuziale è una metafora positiva della vita dopo la morte, la promessa di un'unione con la divinità che completa la vita del defunto.

Snyder sottolinea anche che la commistione di elementi cristiani e pagani non è affatto rara, nei primi secoli: al fianco delle iconografie bibliche, come Sansone o Lazzaro, vi sono divinità pagane come Ercole. In altre parole, è come se nei primi secoli, l'identità cristiana non fosse pienamente separata da quella pagana, ma che vi fosse una fusione di immagini; Snyder si chiede se questa fusione iconografica corrispondesse ad una fusione religiosa.

Owen Jarus, «World's earliest surviving Christian inscription identified», CBS News, 30 settembre 2011.

martedì 27 settembre 2011

Google pubblica on-line i Manoscritti del Mar Morto

Google e l'Israel Museum hanno reso disponibili on-line le immagini dei Manoscritti del Mar Morto. Questi documenti ebraici, che comprendono i più antichi manoscritti biblici conservatisi, furono scritti nell'arco di tre secoli prima dell'era volgare, nascosti attorno all'anno 68 in cave naturali nei pressi di Qumran a causa della guerra giudaica e lì dimenticati, per poi essere riscoperti casualmente alla metà del XX secolo.

Il sito The Digital Dead Sea Scrolls permette oggi agli studiosi e ai profani di consultare liberamente i manoscritti in possesso dell'Israel Museum. I documenti sono disponibili in foto ad alta risoluzione (fino a 1200 megapixel), con la possibilità di ricerca nel testo; per coloro che non conoscono l'ebraico è anche disponibile la traduzione in inglese dei testi biblici, con in parallelo la versione masoretica (quella standard delle nostre bibbie).


L'importanza di questa pubblicazione può essere meglio apprezzata sapendo che, a partire dalla loro scoperta nel 1949, i manoscritti sono stati disponibili solo dietro stretto controllo dei loro curatori, sia per garantirne la conservazione (sono ovviamente molto fragili), sia a causa di rivalità - tra Israele e la Giordania per il loro possesso, e tra cristiani ed ebrei e persino tra ebrei di correnti diverse.

Un riepilogo della storia del controllo dei Manoscritti è disponibile nell'articolo «Suppression of Dead Sea Scrolls, anti-hacker mentality have more in common than you think», di Kevin Fogarty.

«From the desert to the web: bringing the Dead Sea Scrolls online», Official Google Blog, 26 settembre 2011.

mercoledì 21 settembre 2011

Nuovi dettagli sull'inedito vangelo P. Oxy. 5072

Avevo accennato tempo fa all'annuncio della scoperta del frammento di un nuovo vangelo, conservato in un frammento papiraceo del III secolo (P. Oxy. 5072). Ecco alcune novità a riguardo, riportate da Brent Landau su di una relazione di Dirck Obbink.


L'esorcismo senza maiali
Il frammento contiene la narrazione di un miracolo di Gesù molto simile a quello dell'indemoniato del paese dei Geraseni (Marco 5,1-20; Matteo 8,28-34; Luca 8,26-39). A differenza della narrazione sinottica, però, in questo vangelo Gesù non manda i demoni dentro un branco di maiali lì vicino.

Elenco di logia
Sull'altro lato del papiro ci sono una serie di logia (detti di Gesù) che assomigliano a quelli contenuti nei sinottici e nel Vangelo di Tommaso, ma che non sono identici a questi. La caratteristica peculiare di questo nuovo vangelo sarebbe quella di mischiare narrazione dei miracoli di Gesù ed elenco dei suoi logia, ma con molto meno materiale di transizione tra un tipo di testo e l'altro rispetto ai vangeli sinottici.

Nuovo frammento marciano
Nella stessa occasione è stato annunciato il ritrovamento di un nuovo frammento papiraceo del Vangelo secondo Marco. Risalente probabilmente al III secolo, era probabilmente conservato all'interno di un amuleto, e contiene l'inizio del vangelo.
Come molti altri testimoni importanti, manca della frase "Figlio di Dio" dopo "Inizio del vangelo di Gesù Cristo". Ma, a differenza di tutti gli altri manoscritti, ha l'articolo definitivo "tou" prima di "Christou".

Fonte: Tony Chartrand-Burke, «New Unknown Gospel from Oxyrhynchus», Apocryphicity, 19 settembre 2011.

Finanziato il progetto per la ricostruzione di un forte romano

Roman Tours, un'organizzazione educativa britannica, ha ricevuto un finanziamento da Barklays per la ricostruzione di un forte romano.

Il progetto di Roman Tours, intitolato The Roman Fort Project, è finalizzato alla
ricostruzione un forte da marcia di 2,5 acri nel Cheshire, destinato ad essere usato come centro educativo per bambini e per la comunità locale.
Il terreno ove sorgerà il forte è stato donato dall'Università di Chester, che fornirà anche sostegno alla realizzazione del forte.

In bocca al lupo a Roman Tours per questo progetto!

Un prototipo del forte da marcia

sabato 20 agosto 2011

Papyrus Oxyrhynchus 5072, un nuovo vangelo? + Ancientlives.org, la decifrazione dei papiri collaborativa

Il blog Zetesis segnala la presentazione al pubblico del Papyrus Oxyrhynchus 5072.

Si tratta di un frammento di codice papiraceo risalente al III secolo, contenente un brano in cui Gesù esorcizza un demone e che potrebbe far parte di un vangelo precedentemente sconosciuto.

Una trascrizione è resa disponibile qui.


La pubblicazione di questo papiro è stata sfruttata per annunciare la creazione del progetto Ancient LivesAncientLives.org, grazie al quale chiunque può dare una mano a trascrivere i Papiri di Ossirinco, una imponente collezione di frammenti papiracei provenienti dalla città egiziana di Ossirinco, che sono stati già scoperti e recuperati ma che non sono ancora stati tutti trascritti.

«Public to hunt for lost gospels, literature & letters», University of Oxford, 26 luglio 2011; «P. Oxy 5072», Zetesis, 20 agosto 2011.

domenica 26 giugno 2011

Il gladiatore che morì per un errore arbitrale

«Il fato e lo scaltro tradimento dell'arbitro mi uccisero»

Questo enigmatico epitaffio si trova sulla lapide funebre di Diodoro, un gladiatore romano del II secolo, che raffigura la scena centrale che portò alla morte di Diodoro: il defunto è raffigurato in piedi, a sinistra, mentre brandisce due corte spade; a destra, per terra, è il suo avversario Demetrio, che leva il braccio chiedendo di essere risparmiato.

La lapide, conservata al Reale Museo di Arte e Storia a Brussels
Gli indizi

La lapide fu trovata ad Amisus in Asia Minore (la moderna Samsun in Turchia) all'inizio del XX secolo, e donata al Musee du Cinquanternaire di Brussels subito prima della Grande Guerra. Fu eretta in onore di Diodoro, un gladiatore proveniente da Amisus, dai suoi amici o tifosi.

Oltre alla raffigurazione del gladiatore con le due spade e di quello a terra che chiede pietà, la lapide reca un'iscrizione in greco, in cui è cripticamente raccontato lo scontro:
Dopo aver sconfitto il mio avversario Demetrio non lo uccisi immediatamente. Il fato e lo scaltro tradimento del summa rudis mi uccisero.
Per comprendere l'epitaffio, Michael Carter, professore alla Brock University a St. Catharines, Canada, ha dovuto prendere in considerazione diversi elementi.

Innanzitutto il riferimento al summa rudis, una sorta di arbitro del combattimento, che poteva aver avuto esperienze precedenti nell'arena. Non era presente in tutti i combattimenti, ma l'esistenza di questa figura conferma che i combattimenti gladiatorii erano soggetti ad alcune regole, la cosiddetta lex pugnandi, che però sono praticamente sconosciute.

Ad esempio, un gladiatore atterrato dall'avversario aveva perso lo scontro; poteva chiedere la missio, la grazia, al summa rudis, che poi la riportava al munerarius, colui che finanziava i giochi, il quale tipicamente la concedeva o la negava in base all'umore del pubblico. Se invece l'atterramento fosse stato fortuito e non causato dal gladiatore avversario, il summa rudis poteva intervenire per permettere al gladiatore atterrato di rialzarsi e riprendere a combattere.

La ricostruzione

Secondo Carter, che è specializzato nello studio dei giochi gladiatorii, è probabile che durante lo scontro Diodoro avesse atterrato Demetrio e lo avesse disarmato; vedendo Demetrio chiedere la grazia, sarebbe arretrato, convinto di essere nominato vincitore dello scontro. Ed è questa la scena raffigurata sulla lapide e a cui fa riferimento la prima parte dell'epitaffio: «Dopo aver sconfitto il mio avversario Demetrio non lo uccisi immediatamente».

Ciò che accadde fu probabilmente l'intervento del summa rudis a ribaltare l'esito dello scontro, forse perché considerò fortuita la caduta di Demetrio, o per qualche altro motivo. Diodoro si trovò di nuovo a dover combattere contro il suo avversario, e questa volta ebbe la peggio, morendo sull'arena o successivamente a seguito delle ferite riportate.

I suoi amici e sostenitori, tra le migliaia verosimilmente assiepati sugli spalti, eressero questo epitaffio a ricordo dell'errore arbitrale che costò la vita al loro campione.

Owen Jarus, «Roman Gladiator's Gravestone Describes Fatal Foul», LiveScience, 17 giugno 2011; Antonio Lombatti, «Roman gladiator’s gravestone reveals fatal foul», 26 giugno 2011. L'articolo di Michael Carter «Blown Call? Diodorus and the Treacherous Summa Rudis» sarà pubblicato su Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik.

giovedì 2 giugno 2011

Una vasca per il pesce vivo nel relitto romano di Grado?

Tubatura in piombo della nave
Secondo Carlo Beltrame, archeologo dell'Università Ca' Foscari, un relitto romano conservato al Museo di archeologia subacquea di Grado dimostrerebbe che i Romani erano in grado di trasportare il pesce vivo da una parte del Mediterraneo all'altra, conservandole in vasche contenenti acqua di mare.

In un articolo pubblicato sulla rivista International Journal of Nautical Archaeology (Beltrame, C., Gaddi, D.& Parizzi, S. Int. J. Naut. Archaeol. doi:10.1111/j.1095-9270.2011.00317.x (2011)) Beltrame e i suoi collaboratori ricostruiscono un sistema di pompaggio dell'acqua marina ossigenata che metteva in comunicazione lo scafo della nave, perforato allo scopo, con alcune vasche contenenti il pesce vivo.